Attorno al tuo lavoro di “creatrice di giocattoli” c’è un alone di magia: puoi svelarci qualcosa del processo creativo che c’è dietro?
«Tutto inizia cercando di osservare la realtà con lo sguardo dei bambini che, sempre, nelle cose sanno vedere altre cose e che, devo dire, a me da sempre viene abbastanza naturale. Il gioco sulla pioggia, per esempio, è nato osservando le gocce sul vetro della finestra. Ora sto progettando una storia attorno a un ghiacciolo e presto arriverà alla fase del prototipo che, in genere, costruisco con la carta: pensare con le mani mi aiuta a migliorare l’idea. Solo a quel punto penso al materiale, poi mi rivolgo ai miei collaboratori e, alla fine, realizzo un video per mostrarne il funzionamento».

In un mondo in continua trasformazione, che peso ha la diversità culturale nella progettazione di un giocattolo?
«Inclusione e attenzione alla diversità oggi sono due punti fermi. Non esistono più scatole-gioco rosa e azzurre, i giochi sono per tutti. Dal mio osservatorio (non solo professionale, ma anche di mamma di cinque figli), posso aggiungere che, per loro natura, i bambini sono curiosi e inclusivi verso gli altri bambini, senza distinzioni. Se non li assorbono dagli adulti, non hanno pregiudizi».

Che peso ha e avrà il digitale nel gioco?
«Nessuna preclusione. Mitchel Resnick, docente di Ricerca sull’apprendimento al MIT di Boston, da anni esplora come le nuove tecnologie possano coinvolgere bambini e adulti nell’apprendimento creativo perché noi siamo persone felici solo se siamo creative. E il gioco digitale va bene se non è limitante, cioè non impedisce o limita la creatività dei bambini, e contribuisce a creare connessioni tra culture diverse».


























