Dagli anni Settanta Marcolin ha allacciato rapporti con il Brasile e inaugurato il suo showroom di San Paolo: un incontro che, da subito, ha acceso l’interesse del pubblico brasiliano verso occhiali di manifattura italiana. Lei, al contrario, ha portato il cinema brasiliano in Italia: è la conferma di un reciproco interesse a tutti i livelli?
«Era il 2003 e in Italia si parlava molto di Brasile: l’attenzione del mondo era sull’Amazzonia, era appena stato eletto Lula e la città di San Paolo (gemellata con Milano) celebrava i 450 anni dalla sua fondazione: l’occasione giusta per organizzare un evento con film e registi paulisti. Il successo ci ha motivati a continuare e, pian piano, ci siamo trasformati in un vero Festival. Con un obiettivo: andare oltre i luoghi comuni e portare in Italia una selezione di film contemporanei più varia e rappresentativa possibile del Brasile di oggi. Un Paese immenso, giovane e in grande fermento culturale, economico e artistico».

Parlando di eyewear la domanda è d’obbligo: qual è lo sguardo che distingue il cinema brasiliano?
«Il Brasile è un Paese vasto e complesso e il suo cinema rispecchia questa complessità. Si va dai favela movie ai docufilm sui 60 anni di dittatura militare; dalle storie famigliari che parlano di patriarcato alle questioni indigena e ambientale, estremamente sentite nel mio Paese, fino ai film più legati ai temi della musica e della danza, perché l’espressività corporea è parte fondante del modo brasiliano di guardare la realtà. In generale direi che il nostro è uno sguardo giovane, curioso, fisico e sensibile alle tematiche ambientaliste».

Quali sono, dal suo osservatorio artistico, i punti comuni con l’Europa e soprattutto con l’Italia?
«Considerate le origini europee e italiane di molti brasiliani, sono tantisimi i punti di contatto tra i nostri sguardi. A partire dall’amore per l’arte, il design e la moda. E poi, in fondo, c’è un legame speciale che unisce l’Italia al cinema brasiliano: è stato proprio un italiano, Vittorio di Maio, a realizzare a fine Ottocento, per le strade di Rio, i primi film “alla Lumière”, offrendo ai brasiliani la possibilità di guardarsi con un occhio esterno. Non un gioco di specchi, ma di sguardi differenti e realmente interessati a conoscersi meglio».






















