Irene Guerrieri

Attorno al tuo lavoro di “creatrice di giocattoli” c’è un alone di magia: puoi svelarci qualcosa del processo creativo che c’è dietro?

«Tutto inizia cercando di osservare la realtà con lo sguardo dei bambini che, sempre, nelle cose sanno vedere altre cose e che, devo dire, a me da sempre viene abbastanza naturale. Il gioco sulla pioggia, per esempio, è nato osservando le gocce sul vetro della finestra. Ora sto progettando una storia attorno a un ghiacciolo e presto arriverà alla fase del prototipo che, in genere, costruisco con la carta: pensare con le mani mi aiuta a migliorare l’idea. Solo a quel punto penso al materiale, poi mi rivolgo ai miei collaboratori e, alla fine, realizzo un video per mostrarne il funzionamento».

In un mondo in continua trasformazione, che peso ha la diversità culturale nella progettazione di un giocattolo?

«Inclusione e attenzione alla diversità oggi sono due punti fermi. Non esistono più scatole-gioco rosa e azzurre, i giochi sono per tutti. Dal mio osservatorio (non solo professionale, ma anche di mamma di cinque figli), posso aggiungere che, per loro natura, i bambini sono curiosi e inclusivi verso gli altri bambini, senza distinzioni. Se non li assorbono dagli adulti, non hanno pregiudizi».

Che peso ha e avrà il digitale nel gioco?

«Nessuna preclusione. Mitchel Resnick, docente di Ricerca sull’apprendimento al MIT di Boston, da anni esplora come le nuove tecnologie possano coinvolgere bambini e adulti nell’apprendimento creativo perché noi siamo persone felici solo se siamo creative. E il gioco digitale va bene se non è limitante, cioè non impedisce o limita la creatività dei bambini, e contribuisce a creare connessioni tra culture diverse».

Linn Strachwitz

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Quest’anno ic! berlin celebra il suo 30° anniversario. Secondo te come è riuscito ad essere rilevante per le nuove generazioni senza tradire la sua identità?

«Mantenendo saldi i suoi principi fondanti, tra ingegneria creativa, design minimalista ed eccellenza tecnica. Cioè i requisiti che hanno permesso di realizzare montature in acciaio inossidabile laminato a freddo rese uniche dall’avveniristica cerniera senza viti, una soluzione tecnica che rimane ineguagliabile in termini di leggerezza, durata, comfort e precisione. Un lusso discreto che è perfettamente in sintonia con l’estetica contemporanea e che consente al brand di connettersi naturalmente con le nuove generazioni, come conferma l’attenzione per la speciale capsule collection nata per celebrare i primi 30 anni di ic! berlin, che alla tradizione aggiunge nuove rifiniture cromatiche».

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Guardando al tuo percorso professionale, cosa ha contribuito a plasmare la tua visione del marketing nel settore dell’eyewear? E quale consiglio daresti a un giovane che oggi desidera lavorare in questo campo?

«Prima di ic! berlin ho trascorso 15 anni lavorando nel marketing e nelle pubbliche relazioni per aziende del settore della moda di lusso e dell’e-commerce. Questo mi ha insegnato che, in sostanza, il marketing e le pubbliche relazioni di successo ruotano sempre attorno al cliente: per essere attraenti, affidabili e coinvolgenti, è fondamentale comprenderne le esigenze. Un principio che ho tradotto nel mondo dell’eyewear, per quanto lo scenario sia molto competitivo, con un vasto numero di marchi dove, a maggior ragione, chiarezza e differenziazione sono requisiti essenziali. Con ic! berlin, questo compito è sia una responsabilità che un privilegio, perché il prodotto stesso è così unico in termini di qualità, ingegneria e design, da offrire una storia forte e onesta da raccontare. A chi vuole lavorare in questo settore, oltre a una solida formazione, consiglio di rimanere curioso in tutti i settori e cercare di scegliere marchi in cui credere veramente. Perché solo l’autenticità fa emergere un brand dal rumore di fondo, soprattutto in un mercato affollato come quello dell’eyewear».

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Il “Made in Berlin” è parte integrante del DNA di questo brand: qual è la forza di questa identità culturale e in che modo questo riesce a suscitare l’interesse di un mercato global?

«Il “Made in Berlin” rappresenta tanto una mentalità quanto un luogo. Berlino è sinonimo di creatività, indipendenza e pensiero non convenzionale, valori che sono profondamente radicati nell’approccio di ic! berlin. Continuare a produrre a Berlino, poi, permette all’azienda di mantenere il pieno controllo su qualità, innovazione e know-how produttivo: dal primo disegno all’ispezione finale, tutte le collezioni sono realizzate e sottoposte a controlli di qualità. Ma è proprio la sua forte identità locale a permettere al marchio di connettersi a livello globale. Concentrandosi sul design, sull’eccellenza tecnica e sulle prestazioni del prodotto, ic! berlin parla a chi apprezza sostanza, sicurezza e originalità, indipendentemente dalla posizione geografica».

Karen Giberson

Come è cambiato il ruolo degli accessori nell’ecosistema della moda negli ultimi anni?

«Quando l’Accessories Council fu fondato, a metà degli anni ’90, la moda era all’apice del minimalismo: molti stilisti non davano importanza agli accessori e diversi brand non si erano ancora aperti a borse, gioielli, occhiali o calzature. Oggi, invece, gli accessori sono una parte essenziale dell’identità e della strategia di un marchio, non sono più categorie secondarie ma, spesso, tra gli elementi più visibili di una collezione, perché accessibili, versatili e duraturi. Gli accessori infatti possono avere una longevità eccezionale, essere indossati ripetutamente, conservati, collezionati e apprezzati per anni, molto più a lungo rispetto ai capi d’abbigliamento. L’accessorio giusto rappresenta uno dei modi più semplici ed efficaci per rinnovare il guardaroba, trasformando un capo basic in qualcosa di unico e, in termini di “costo per utilizzo”, gli accessori sono uno dei migliori investimenti nella moda».

Tra mercati di nicchia e globali, quali sono, a suo avviso, le maggiori opportunità e le principali sfide per le aziende di questo settore?

«Oggi una delle maggiori opportunità per i brand consiste nell’espandersi in nuove categorie rimanendo fedeli alla propria identità principale. I marchi di maggior successo sono quelli che riescono a entrare in nuove categorie di prodotto preservando l’essenza, il punto di vista e il DNA del designer o dell’azienda. Allo stesso tempo, il contesto attuale del commercio al dettaglio, in particolare nel luxury, presenta delle sfide su modi e luoghi per entrare in contatto con i clienti. Molti marchi stanno sviluppando attività di vendita diretta collaborando con negozi specializzati e trovando modi innovativi per coinvolgere il pubblico attraverso pop-up store, festival, social media, collaborazioni e retail esperienziale. La moda si rinnova continuamente e solo i brand innovativi, agili e disposti a sperimentare nuove idee, dureranno nel tempo. Nel mercato odierno, rimanere immobili non è un’opzione».

Un player globale come Marcolin, posizionato in un crocevia strategico tra moda, industria e innovazione, cosa pensa possa apportare a questo segmento?

«Marcolin ha costruito uno straordinario portfolio di marchi che spaziano tra diverse estetiche e fasce di prezzo, con ogni collezione che riflette una profonda conoscenza del DNA del marchio. Ciò che rende Marcolin particolarmente interessante è la sua capacità di coniugare funzionalità e moda: gli occhiali devono assolvere a uno scopo pratico, ma le collezioni di Marcolin offrono anche un motivo per desiderare qualcosa di nuovo, speciale e legato ai brand amati dai consumatori. Mentre l’azienda continua ad evolversi, la sua capacità di combinare design eccezionale, talenti internazionali e distribuzione strategica consolidano la sua leadership globale. Marcolin ha l’opportunità non solo di rispondere al futuro del settore degli accessori, ma anche di contribuire a definirlo».